Non so cosa mi attragga dei tramonti. Se più il davanti od il retro. So che sto bene e sto male allo stesso tempo, quando li guardo. Ne ho visti di tutti i colori, rosa, arancioni, rossi, velati o netti, con il sole pieno o che giocava a nascondino dietro nubi che ne lasciavano trasparire dei raggi speranzosi. Ne ho visti in ogni luogo del mondo, sull’oceano, nel deserto, da ponti e grattacieli, dietro casa, tra gli alberi, da un finestrino di aeroplano, su un campo da basket, immerso in una vasca termale davanti ad una montagna sanguinante di rosso, tra la neve.
Ogni volta mi perdo. Nella bellezza, nella nostalgia, nell’entusiasmo, nel mio silenzio, nel mio vociare interiore, nel mio tormento, nei miei sussulti. Spesso mi chiedo cosa stia guardando chi è accanto a me, chi lo sta osservando da un’altra prospettiva, chi lo ha visto due minuti prima, o chi se lo godrà dieci minuti dopo.
Ogni volta, seppur diverso, so che mi farà lo stesso effetto, quello di un frullatore, che ti shakera fino a non riuscire più a distinguere esaltazione e baratro, commozione e amarezza, presenza e nostalgia, pienezza e vuoto. È un po’ come toccare con mano quel maledetto sublime, che sai già cosa comporta, ma sai già anche l’infinito che contiene. Non lo sapresti spiegare, ma lo stai sentendo tutto, forse non lo stai capendo fino in fondo, ma non immagineresti cosa più giusta di quella.
Ecco, durante questa settimana, con molti pazienti è emerso il tema dei costi e dei benefici: ogni stile di vita, ogni scelta ha un costo intrinseco, che però non è inalienabile, ma assume un peso specifico diverso a seconda della mano su cui poggia.
Chiunque potrebbe vivere in modo più semplice, ma è davvero disposto a separarsi dal proprio tormento?



Lasciami un pensiero
Che cosa ti ha lasciato questo articolo? Scrivimi un pensiero: lo leggerò con attenzione.