Uno più uno fa tre, dove terapeuta e paziente si incontrano: una storia tutta da scrivere

5 minuti

di Giacomo Morelli

Una persona a piedi nudi cammina su una fettuccia tesa; accanto, un'altra persona resta a terra, vicinissima, in bianco e nero

Quanto è difficile questo mestiere… Deve sempre essere in equilibrio un terapeuta? Ma soprattutto, sarebbe mai possibile? Siamo cresciuti per danzare tra equilibri precari, squilibri equilibrati, nostri e altrui, per camminare su fili sottili che uniscono due grattacieli newyorkesi a centinaia di metri di altezza. Come fa un equilibrista a rimanere in piedi? Di certo non ricercando l’asse perfetto, ma orientando nello spazio, anche nelle maniere più improponibili, ogni centimetro di qualsiasi distretto corporeo, per trovare una sommatoria perfetta costruita attraverso parti singole apparentemente disposte in modo bizzarro e poco schematico, ma dannatamente efficace. Per questo serve studiare? Ni. Serve sentire, annusare, raccogliere tutto, anche quello che chiunque altro butterebbe. Certo ci vuole allenamento, ma soprattutto istinto, farsi strumento, ascoltare le proprie note, a volte anche giocare col fuoco e prendersi un rischio.

Allora no, un terapeuta non è sempre in equilibrio statico. E sarebbe un peccato se lo fosse: il suo è un equilibrio che si muove, che si perde e si ritrova a ogni passo. Chi entra nella nostra stanza non cerca qualcuno che non cada mai, ma qualcuno che conosca il vuoto e abbia imparato a camminarci sopra. Qualcuno che resti, presente e discreto, mentre l’altro prova il suo primo passo sul proprio filo.

Spesso mi sento come un prisma per i miei pazienti: quando un prisma riceve luce bianca, rifrange vari colori con angoli diversi, creando uno spettro continuo di sette colori principali distinti, per dispersione. Vestirsi da strumento è una delle cose più belle per un terapeuta, ma probabilmente anche una delle più faticose. Sei scosso, vissuto, trapassato, da esperienze altrui che si vestono delle tue, da esperienze tue che si tingono di altrui.

Il prisma non inventa nulla: i colori erano già lì, compressi nella luce bianca, indistinti, a volte accecanti. Lui si lascia attraversare e li restituisce uno accanto all’altro, finalmente visibili. Non li possiede, non li trattiene, non li sceglie. Li rende possibili.

Per chi si siede dall’altra parte, terapia è essere sempre in viaggio. È coccola, sono botte da orbi, è perdonare e perdonarsi, è essere indulgenti e contemporaneamente ambiziosi, è scoprire, ammettere, dubitare, rendere priorità e allontanare, è disperazione, è vita e morte allo stesso tempo, è pazienza, è stupirsi, è sentirsi frullati, è fatica, è respirare, è convivere con se stessi, a volte il mostro più oscuro con cui combattiamo, è un tempo ed un luogo, è fuori e dentro al mondo, è collocarsi e imparare a perdersi.

Terapia è suonare un campanello e avere voglia di scappare prima che la porta si apra. È sedersi per la prima volta e non sapere da dove cominciare, è parlare per un’ora e accorgersi solo alla fine di cosa si voleva dire. È raccontare la propria storia a un estraneo e sentirla, per la prima volta, davvero propria. È parlare con qualcuno per sentirsi dire ciò che si sapeva già, e scoprire di non averlo mai ascoltato. È uscire più leggeri, è uscire con un macigno in tasca. È odiare il giovedì alle sei e aspettarlo tutta la settimana. È difendersi con le unghie da ciò che si è venuti a cercare. È piangere dove non si era mai pianto, è ridere di sé senza vergogna. È tornare a casa e guardare la propria madre con occhi diversi, è riconoscere nella propria voce quella di un padre. È scoprire che il problema non era il problema. È fare un passo avanti e due indietro, e capire che anche quei due contavano. È sentirsi nudi e protetti nello stesso momento. È un luogo dove si può dire tutto e dove, a volte, non si riesce a dire niente. È voler guarire in fretta e imparare a concedersi tempo. È smettere di chiedersi «cosa c’è di sbagliato in me?» e cominciare a chiedersi «cosa mi è successo?», e poi «cosa voglio, adesso?». È arrivare per cambiare gli altri e ritrovarsi a cambiare sguardo. È, un giorno, salutarsi, e portarsi dietro una stanza che non c’è più ma che continua ad abitarci.

Uno più uno, lì dentro, fa tre.

La visione del terapeuta e quella del paziente non si sommano: si incontrano. Nella stanza non ci sono soltanto due persone, c’è un terzo, che nessuno dei due ha portato con sé e che nessuno dei due potrebbe creare da solo. È un piccolo pianeta che nasce tra due poltrone, con il suo clima, le sue stagioni, la sua lingua, fatta di parole dette e di silenzi che solo lì hanno un senso. Non appartiene al terapeuta né al paziente: esiste soltanto quando ci sono entrambi, e ogni volta che la porta si apre ricomincia a girare. Uno più uno, lì dentro, fa tre. E tutto questo accade in uno spazio piccolissimo.

Lo psicoanalista Donald Winnicott chiamava il luogo di questo incontro «area intermedia»: non è dentro di me, non è dentro di te, è tra noi. È una terra di mezzo dove si può giocare, provare, sbagliare senza farsi male, dove una parola può restare sospesa finché qualcuno non la raccoglie. Nessuno dei due la possiede, entrambi la custodiscono. E questa terra ha confini molto più vicini di quanto si creda.

Dall’altra parte della stanza, poco più in là, c’è un’altra poltrona. Sembra una distanza piccola, ed è invece lo spazio più delicato da proteggere: abbastanza vicino da sentire il respiro dell’altro, abbastanza lontano da lasciargli il suo posto. Lì in mezzo passa tutto: le voci, gli sguardi, le pause. E quando la porta si chiude, qualcosa resta tra quelle pareti, e qualcosa scende le scale con te e torna a casa. Allora ti chiedi se eri troppo vicino o troppo lontano, se quel giorno hai saputo stare nel modo migliore possibile nello spazio tra te e l’altro. Una misura perfetta non esiste: quella distanza non va accorciata, né allargata. Va abitata, ogni volta, centimetro per centimetro.

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Giacomo Morelli

Giacomo Morelli

Psicologo e psicoterapeuta sistemico

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