Lavorare con i giovani è il sogno che non ho mai saputo di avere, ma che ho avuto la fortuna di scoprire. È una manata in pieno volto, è rigenerante, è sofferenza atroce e picchi di entusiasmo, è curiosità, è alti altissimi e bassi bassissimi, è trasparenza, ingenuità, a volte illusione, altre realtà sbattuta in faccia, è onestà, sogno, spontaneità non ancora violata, è schiettezza, affetto, rispecchiamento.
Spesso sei loro compagno alla scoperta di un mondo di cui ancora conoscono poco, sei una loro lente di ingrandimento, sei strumento nelle loro mani, devi mostrare senza indicare e lasciar scegliere, accompagnare a distanza, presente, sempre, ma discreto, devi esserci ma lasciar esplorare.
Libertà in sicurezza.
A volte sei dilaniato nel sentire la loro sofferenza, ma sai che vengono da te per imparare a conoscerla.
Sentire un giovane realizzare che «a volte l’amore non basta» è straziante, l’istinto ti porterebbe a volerlo custodire ancora per un po’, ma non puoi opporti alla sua scoperta di un piccolo pezzo di vita e di realtà, che oggi brucia come un ferro ardente, ma domani farà parte del suo personale zainetto delle fatiche.
«Odio quando il mio corpo mi dà risposte, lo preferivo zitto, a volte», mi ha detto oggi con gli occhi lucidi un ragazzone che non ha mai versato mezza lacrima.
Ragazzone, ingegnere dai capelli fiore, vola, che oggi è successo qualcosa di speciale.



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