Ciò che raccolgo, ciò che lascio: lettera a me stesso sulla soglia del vuoto

3 minuti

di Giacomo Morelli

Un foglio scritto a mano, con il titolo «Cosa scelgo di lasciare prima di entrare nel buio», brucia lungo il bordo nel buio

Ci sono momenti in cui la vita ci chiede di fermarci sulla soglia. Succede alla fine di un anno, di un amore, di un lavoro, di una stagione che sentiamo conclusa anche quando il calendario non lo dice. Sono tempi di passaggio, e ogni passaggio porta con sé un po’ di paura: davanti c’è il vuoto, e il vuoto non si lascia guardare.

Eppure il vuoto non è sempre una perdita. Il seme, per germogliare, ha bisogno della terra che lo copre. Gli occhi, per vedere le stelle, hanno bisogno della notte. A volte bisogna fare spazio perché qualcosa di nuovo possa arrivare. Prima di attraversare la soglia, però, vale la pena fare due gesti semplici e difficilissimi: voltarsi indietro e chiedersi che cosa si è raccolto, guardarsi dentro e decidere che cosa non portare con sé.

Non tutto ciò che abbiamo raccolto va portato, e non tutto ciò che lasciamo va perduto.

Quella che segue è una lettera che chiunque potrebbe scrivere a se stesso. Non appartiene a un paziente in particolare, e forse appartiene un po’ a tutti: è un dialogo interiore fatto di gratitudine e di fatica, di fiducia data e tradita, di sogni ostinati e di cocci raccolti da terra.

Ho raccolto

Che cosa ho raccolto quest’anno

Ho raccolto emozioni, vita, esperienze: mi sono disposto ad affezionarmi, forse troppo, ma in modo autentico. Ho voluto fortemente credere nelle persone, riporre in loro la mia fiducia. Ho visto il bene, il bello, la luce, mi sono nutrito dei sorrisi e ne ho dispensati tanti, nonostante a volte abbia ricevuto comportamenti volti a toglierli. Ho illuminato stanze buie, ho agito seguendo l’istinto, ho atteso pazientemente, ho sofferto tanto, ma probabilmente come parte di un processo, ho pianto, ho provato a comunicare di più, ho accettato fragilità già conosciute e abbracciato quelle nuove.

A volte mi struggo ancora per tutti quei «perché» cui non trovo risposta. Saper rimanere nell’incertezza è un traguardo, ma ci sono momenti in cui l’angoscia mi sovrasta, e chiamo a raccolta tutte quelle stille di bene che mi circondano. Ho raccolto delusioni profonde, dolori che mi hanno fatto toccare demoni spaventosi: a volte sei come un’aquila, capace di planare ad altitudini irraggiungibili per qualsiasi altro essere vivente, ma anche a pochi centimetri da terra.

Ho raccolto i miei cocci, e troppo spesso anche quelli di chi aveva poca cura dei propri: questo talvolta mi ha fatto accantonare la cura di me stesso. Ho creduto ad immagini che poi non sono state scolpite nella realtà. Ho raccolto sogni, anche a costo di vederli svanire, perché preferisco dipingere scenari colorati piuttosto che fissare un foglio bianco, impaurito, in attesa che si riempia da solo.

Scelgo di lasciare

Cosa scelgo di lasciare prima di entrare nel buio

Scelgo di lasciare la mia disperazione nei confronti del vuoto, dell’inspiegabile, del non detto e del non vissuto. Scelgo di lasciare chi si prende gioco della mia gentilezza, chi si anestetizza di fronte alla vita, chi non sceglie di sporcarsi le mani, chi fa trionfare la paura di vivere e trova nella sopravvivenza la chiave della sua esistenza.

Scelgo di lasciare il mio personale senso di colpevolezza, il dover trovare a tutti i costi la mia responsabilità per giustificare qualcosa di ingiustificabile. Scelgo di lasciare la mia convinzione di doverti offrire qualcosa per rendermi amabile. Scelgo di non inseguire più per convincere, vorrei camminare a fianco per scoprire.

Scelgo di lasciare andare chi non vuole rimanere, scelgo di lasciare il virtuale per provare a ritrovare me stesso nella realtà. Scelgo di lasciare i rancori di chi non sa a chi destinarli. Scelgo di lasciare la nostalgia di qualcosa che non ho vissuto, per fare spazio a chi mi apre davvero la sua porta.

E tu, che cosa hai raccolto? Che cosa scegli di lasciare sulla soglia? Prendi un foglio, dividilo in due colonne e prova a scrivere la tua lettera. Non serve che sia bella. Serve che sia tua.

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Giacomo Morelli

Giacomo Morelli

Psicologo e psicoterapeuta sistemico

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